Il Ponte D’Augusto

sulle orme del Grand Tour

Ultimo restauro

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Il fascino del luogo ha ispirato anche numerosi scrittori, tra cui:

Goethe

Goethe visitò Narni nel 1786. Nel suo celebre Viaggio in Italia, descrive il paesaggio e le rovine del ponte con una profonda emozione, sottolineando il contrasto tra la grandezza della natura e l’imponenza delle opere umane.

Gregorovius

Lo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, noto per i suoi studi sulla storia di Roma medievale, visitò Narni e descrisse il ponte con grande enfasi. Nelle sue Passeggiate per l’Italia (1856-1869), il ponte diventa un simbolo della grandezza romana che resiste al tempo.

Lord Byron

Lord Byron ha celebrato il fascino della campagna umbra nelle sue opere, in particolare nel Child Harold’s Pilgrimage. Narni, con il suo ponte, rientra perfettamente in quella visione romantica dell’Italia, fatta di rovine gloriose e di una natura rigogliosa.

Le loro opere hanno contribuito a rendere immortale la bellezza del Mulino e del Ponte, inserendoli a pieno titolo nel panorama culturale europeo.

Johann Wolfgang von Goethe – ** Viaggio in Italia

Ecco un estratto dal suo diario di viaggio:

“Alle due uscimmo da Terni, a traverso una pianura fruttifera, e a destra vedemmo già la città di Narni, alta su un monte.[…] qui ci fermammo ad ammirare il magnifico ponte di Augusto, il quale, benché sembri in rovina, non ha perduto nulla della sua bellezza primitiva, e il suo aspetto è così grande e grandioso, che pare una rovina di un’opera romana, quale non si trova in alcun altro luogo. È un’opera grandiosa, che pare fatta per un tempo eterno. Passammo per il fiume e ammirammo il Ponte di Augusto, che mi pare ancora più grande e magnifico di quello che mi aveva detto la fama. Il Ponte di Augusto è un’opera grandiosa, che si perde in un fiume e che sembra fatta per durare in eterno…”

Ferdinand Gregorovius – ** Passeggiate per l’Italia

Una sua descrizione del ponte, citata anche in vari testi storici, è la seguente:

“Nessun viandante dovrebbe trascurare di scendere qui, nel fondo della valle, per ammirare il ponte di Augusto. Solo qui si può ammirare in tutta la sua grandezza questa solitaria, selvaggia, sublime opera di costruzione romana.”

Lord Byron – ** Child Harold’s Pilgrimage

Nel suo poema, Byron descrive un’Italia malinconica e affascinante, dove le vestigia romane sono immerse in un paesaggio di bellezza sublime. Il Ponte d’Augusto, in questo contesto, diventa un simbolo di quella grandezza perduta e di quella nostalgia che permea l’opera di Byron.

“O Italy! My Italy! Thy very name is music!…”

Famiglia Eroli

La famiglia Eroli, di probabile origine germanica, è una delle più antiche dell’Umbria e dello stato pontificio. La sua presenza nelle cronache della città di Narni è documentata sin dal XIII secolo, epoca in cui i suoi esponenti figurano già come famiglia nota e con possedimenti. La famiglia si afferma definitivamente nel XV secolo quando iniziò ad esercitare una notevole influenza. In particolare in questo secolo espresse importanti prelati.

Berardo Eroli (Narni  1409 - Roma 1479) detto Il Cardinale di Spoleto

Nato da famiglia già nobile, l' autore della sua orazione funebre lo ricordava come "natus ... ex nobili Erulorum familia". Dottore in utroque iure, insegnò diritto in varie università italiane e fu avvocato di fama.

Chiamato in Roma da S.S. Niccolo V iniziò la sua carriera nella corte papale, dove prestò la sua opera sotto 5 pontefici. Dapprima uditore e referendario della Sacra Rota, ebbe successivamente la nomina a cappellano papale e l'ufficio di auditor causarum palatii apostolici.

Il 13 nov. 1448 venne eletto alla sede vescovile di Spoleto, dove rimase stabilmente meno di un anno: nel 1449 infatti Niccolò V lo nominava per la sua "laudabili vita, morum gravitate, probata fide et circumspectione" vicario papale per la città di Roma, incarico che tenne per diversi anni S.S-Niccolò V gli conferì alcuni benefici: nel 1451 la commenda del monastero benedettino di Colleantico nella diocesi di Spoleto, nel 1453 la commenda di quello di San Cassiano presso Narni.

Fu molto caro anche a Callisto III, che pochi mesi dopo la sua elezione al soglio pontificio, oltre a riconfermarlo come vicario in nspiritualibus nella città di Roma, gli affidava, insieme con Guglielmo di Fondera, vescovo di Oloron, e con Cosimo di Monserrato, confessore del papa, il delicato incarico di visitatore e riformatore delle chiese e monasteri romani, maschili e femminili, di qualsiasi Ordine, e anche di tutti gli altri luoghi pii "tam intra quam extra Urbem existencium". 

È però con S.S. Pio II che l'E. ottiene, il 5 marzo 1460, la dignità cardinalizia con il titolo di S. Sabina. Pio II lo provvide immediatamente di un cospicuo beneficio investendolo della commenda dell'abbazia delle Tre Fontane di Roma. I suoi rapporti con Pio II furono sempre molto cordiali ed intimi, messi in evidenza dallo stesso pontefice nell'elogio fatto in concistoro. Pio II si consigliava con l'E. "così in le cose di stato come in quelle de corte" - come riferiva Ottone Del Carretto a Francesco Sforza in una lettera dell'11 nov. 1458 - "e quasi niente se fa senza lui". Nominato il 20 ag. 1458 luogotenente del camerlengo di Santa Romana Chiesa, fu anche a capo dell'ufficio delle Suppliche per coordinare il lavoro dei referendari, divenuti molto più numerosi durante il pontificato di Pio II. Questo pontefice gli affidò anche altri importanti incarichi, soprattutto di carattere legale: la composizione della controversia che la S. Sede aveva con Ferdinando I re di Napoli per la restituzione di Benevento e Terracina l'investitura del Regno e il censo che il sovrano napoletano doveva annualmente al pontefice (1º nov. 1458); quella relativa al possesso del castello di Acquafranca conteso tra Foligno e Spoleto, risolto positivamente nel 1461; la causa tra Spoleto e Todi per i confini, di cui rimane la sentenza da lui emanata il 17 ott. 1470 (Bibl. ap. Vaticana, Borg. lat. 809, cc. 112-121).

Inviato in Umbria come legato per i territori di Perugia, Todi e Civitacastellana, giunse a Perugia il 29 luglio 1462 e vi rimase ininterrottamente fino al 17 giugno 1463. In questa legazione si distinse per disinteresse e senso di giustizia, tanto che le autorità comunali perugine gli fecero dono di una spada d'argento, recante le insegne del Comune. L'E. è anche ricordato, nelle vicende legate alla fondazione del Monte di pietà di Perugia, per la sua ostilità a pretendere dagli ebrei perugini un prestito di 2.000 fiorini per costituire una base finanziaria alla nuova istituzione. Scavalcato dalle autorità comunali, che si rivolsero direttamente a Pio II, il 30 marzo 1463 l'E. emanava un decreto dove in cambio dei 1.200 fiorini versati dagli ebrei per il Monte, ad essi venivano confermati i privilegi goduti per il passato, pur ribadendo il divieto di esercitare il prestito.

L'E. godette del favore anche dei successivi pontefici. Nel 1466 fu nominato per la prima volta camerario del S. Collegio per quell'anno, carica che ricoprirà ancora nel 1474. Paolo II, non giudicando sufficienti le sue rendite, gli assegnò una pensione mensile di 100 ducati. L'E., nominato da Sisto IV, il 23 maggio 1474, vescovo di Sabina, dopo la sua rinunzia al vescovato di Spoleto in favore del nipote Costantino Eroli, fu più volte legato in Umbria: tra il 1471, anno in cui ricevette a Perugia il duca Borso d'Este in viaggio per Roma, e il 1474, e quindi nel 1477. Anche in queste legazioni il suo operato fu apprezzato dalle autorità perugine. L'E. è ricordato inoltre come protettore dell'Ordine cistercense. In questa veste durante il pontificato sistino avversò il progetto di riforma dell'abbazia di Chiaravalle e, su istigazione di quei monaci, suscitò in Curia una polemica particolarmente aspra contro il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, accusato di aver interessi personali nella vicenda. Nonostante gli sforzi dell'E., l'annosa questione venne risolta in favore della riforma il 15 ag. 1475.

Già nel 1455 l'E. aveva ottenuto da Callisto III l'indultum testandi, in cui gli era permesso di disporre a favore dei parenti "agnati e cognati" delle sue case di Roma, dei suoi libri di diritto canonico e civile e di altre materie, e degli altri beni mobili di sua personale proprietà. L'E. usufruì di questa concessione, confermata da Sisto IV nel 1472, poco prima di morire: il suo testamento, rogato a Roma il 17 marzo 1479 dal clerico anconitano "Benincasa de Benincasis", precede di pochi giorni la morte, avvenuta ivi il 2 apr.1479.

Questo documento non è stato per il momento ritrovato. Rimane però nell'archivio della Confraternita del S. Salvatore una particola del testamento, che fornisce ugualmente molte informazioni (Arch. di Stato di Roma, Ospedale S. Salvatore, 450, n. 45). In primo luogo sui suoi beni, che l'E. distingue tra quelli patrimoniali e quelli acquistati ex laboribus meis: eredi delle case di Narni patrimoniales ac paternas sono nominati, in eguali porzioni, la cappella di S. Leonardo nella chiesa cattedrale della città, "ubi requiescunt ossa genitorum meorum", e l'ospedale di S. Girolamo extra muros Narnie. Anche le case romane, residenza del cardinale e di suo nipote Costantino, poste nella parrocchia di S. Maria in Monterone presso quelle dei Della Valle, avrebbero dovuto essere divise in due parti, una spettante alla basilica di S. Pietro e l'altra all'ospedale del S. Salvatore nella cui confraternita l'E. era entrato dopo il 1476. Al nipote Costantino, vescovo di Spoleto, era riservato l'uso e l'usufrutto della residenza romana vita natural durante.

La basilica di S. Pietro è anche indicata come luogo di sepoltura: in suo ricordo il nipote Costantino vi fece erigere un magnifico monumento sepolcrale, opera di Giovanni Dalmata, rimosso in seguito ai lavori per la nuova basilica, ma di cui si possono ammirare i frammenti nelle Grotte Vaticane. In occasione dei suoi funerali, che l'E. avrebbe voluto "sine aliqua pompa fieri solita cardinalibus aut prelatis", fu composta da un anonimo autore una orazione funebre, più volte stampata a Roma tra il 1480 e il 1490. Nel testamento vi erano anche disposizioni per i libri, ma nella particola i due item ad essi relativi sono soltanto accennati: sappiamo comunque che una parte di essi era destinata al nipote Costantino. Sicuramente dell'E. sono il Breviarium romanum, conservato in Bibl. ap. Vaticana, Archivio di S. Pietro, F. 29, che reca il suo stemma con le insegne vescovili, e la Lectura super III partem decreti, qua de consecratione intitulatur, del Torrecremata, oggi Vat. lat. 9429.

L'amore per la propria città natale, testimoniato dai lasciti testamentari, era stato manifestato dall'E. anche durante la sua vita, sia con interventi di pubblica utilità, come il riadattamento del ponte sul fiume Nera (1473), sia soprattutto per il restauro e la decorazione di chiese e conventi. Nella cattedrale di Narni fece fare ad intagli e intarsi finissimi gli stalli del coro, ma il suo intervento più cospicuo fu il completo restauro del convento di S. Girolamo e dell'annessa chiesa, opera lodata dal cardinale Ammannati in una lettera del 7 ag. 1472 all'E. per la magnificenza e l'eleganza della costruzione. Nel 1471, completati i lavori, l'E. vi chiamò i minori osservanti, che avrebbero sostituito i domenicani (anticamente infatti in S. Girolamo avevano sede delle monache di quell'Ordine). Il loro inserimento non fu senza difficoltà: gli osservanti si rifiutarono dapprima di accettare quella sede in quanto la magnificenza di quel convento era contraria al loro ideale di povertà e allo spirito della regola francescana; minacciati dall'E. di essere scacciati anche dal convento di S. Paolo di Spoleto, che l'E. aveva fatto costruire per essi nel 1460, e di ricorrere al papa, i minori presero finalmente sede nel convento, che, sempre per opera del cardinale, fu decorato di pregevoli opere d'arte e fu sede di una ricca biblioteca, oltre ad accogliere una farmacia. Anche a Monterosi, nella diocesi di Nepi, l'E. lasciò traccia della sua liberalità facendo erigere un ospedale per i poveri, con chiesa annessa, "opus oportunum et pium", come viene definito dall'Ammannati nella citata lettera del 1472.

Oltre che in rapporti di amicizia con l'Ammannati, del quale rimangono tre lettere indirizzate all'E., e con l'arcivescovo di Firenze e futuro santo Antonino Pierozzi l'E. fu in relazione con la famiglia Medici, ma soprattutto con Lorenzo di Piero, al quale indirizzò molte lettere tra il 1473 e il 1477. Della sua cura per gli aspetti pastorali e devozionali rimangono alcune testimonianze: una visita apostolica nella diocesi di Spoleto, da lui ordinata nel 1465, un decreto del 3 giugno 1463, che confermava le disposizioni relative alla festa in onore di S. Bernardino da Siena da celebrarsi a Perugia, e l'adesione verso nuove manifestazioni di santità, rappresentate dal beato Francesco Beccaria da Pavia, dei minori osservanti, e dall'eremita di Monteluco, il beato Gregorio da Spoleto.

Costantino Eroli (Narni prima metà del sec. XV – Roma 1500)

Fu giurista come lo zio Berardo e scrisse diverse operette legali. Protonotario apostolico, la sua carriera in Curia decollò con l'elevazione al cardinalato dello zio nel marzo 1460.

Secondo il Cottier, già nel maggio dello stesso anno aveva ricevuto la nomina a rettore del Contado Venassino, Il 24 sett. 1462 fu promosso da Pio II al vescovato di Narni, cosa che non gli impedirà di risiedere nel Contado fino al 1471 (soprattutto a Carpentras) e svolgere anche l'incarico di governatore di Avignone. La sua nomina a rettore del Contado, per amministrare l'insieme degli Stati pontifici francesi in qualità di luogotenente e governatore generale, era avvenuta poco prima dell'aggravarsi della malattia del legato pontificio ad Avignone, il cardinale Pierre de Foix. Il 12 maggio 1461 sembrandone imminente il decesso, Pio II aveva ordinato all'E. di prendere possesso, subito dopo la morte del cardinale, dei castelli di Sorgues e d'Entraigues, concessi al Foix vita natural durante.

L'E. si fece apprezzare, durante l'esercizio del suo ufficio, per saggezza e prudenza che gli meritarono la stima dei pontefici e l'affetto dei suoi subordinati. Sisto IV già nel 1475 aveva pensato di rimandare ad Avignone l'E., nominato da poco vescovo di Spoleto, conferendogli nuovamente la rettoria del Contado, durante la crisi determinata dall'assenza del luogotenente del legato Charles de Bourbon. L'E. riuscì in quelle circostanze a non essere coinvolto, ma dieci anni più tardi, Innocenzo VIII, d'accordo con il cardinale Giuliano Della Rovere vescovo di Avignone e legato papale, lo invierà ad esercitare le funzioni di rettore del Contado e di luogotenente del legato governatore di Avignone. Nel breve di nomina, del 14 luglio 1485, il pontefice fa esplicito riferimento all'esperienza acquisita dall'E. nelle cose locali, e in realtà il suo ritorno fu accolto di buon grado e fu l'occasione per riavvicinare i due stati, Contado e Avignone, in continua rivalità.

Anche in questo secondo soggiorno avignonese l'E. fece apprezzare il suo governo e la sua saggia amministrazione. Avendo richiesto, nella primavera del 1489, al cardinale Della Rovere di poter tornare a Spoleto, dovette cedere alle insistenze dei consoli e consiglieri locali, che volevano fargli prolungare la permanenza per almeno un altro anno. Infine, con breve del 6 marzo 1490, all'E. fu permesso il ritorno in Italia. Alla partenza, avvenuta il 14 aprile, gli vennero resi tutti gli onori possibili e donati due vasi d'argento del valore di 400 fiorini.

Nel 1472 da Narni era stato trasferito al vescovato di Todi, che tenne fino al 1474. Ebbe anche la nomina a vescovo di Tivoli, sede di cui non prese mai effettivo possesso. Finalmente, l'8 dic. 1474, in seguito alla rinunzia dello zio Berardo, divenne vescovo di Spoleto, dove fece ingresso solenne l'anno seguente. L'E. governò la diocesi spoletina per circa 24 anni anche dal punto di vista temporale. Fu anche incaricato del governo civile di Foligno. Nel 1496 infine venne promosso all'arcivescovato di Atene, ma con la dispensa della residenza, che mantenne a Spoleto. In quella sede venne affiancato dal nipote Francesco, nominato suo coadiutore il 4 giugno 1497 e, alla sua morte, successore nel vescovato spoletino.

Benvoluto da Sisto IV, nel 1474 ebbe da questo pontefice la concessione della collegiata di S. Vittorio di Otricoli e nel 1479 quella della collegiata di S. Angelo di Menaria nella diocesi spoletina, prima goduta dallo zio. Nel 1483 risulta vicario in spiritualibus nella città di Roma e in questa veste si occupò del trasferimento delle monache benedettine di S. Ambrogio della Massima, ormai poche e anziane, ad altra sede. Nel 1490 venne nominato governatore di Perugia e del suo distretto e nello stesso anno partecipò alla costituzione del Monte di pietà di Spoleto. Iscritto nel 1484 tra i prelati della romana Confraternita del S. Salvatore, sembra seguire anche nell'attività pastorale le indicazioni dello zio Berardo: in questo senso è da vedere la riconferma nel 1480 della regola agostiniana alle monache di S. Croce di Montefalco, già stabilita nel 1460 da Berardo e successivamente mutata in quella francescana.

Come mecenate, amante delle belle arti, l'E. è ricordato per lo splendido monumento funebre fatto erigere in memoria dello zio Berardo nella basilica vaticana, opera di Giovanni Dalmata, di cui oggi rimangono solo dei frammenti nelle Grotte Vaticane, e per la costruzione e la decorazione della cappella del Cuor di Gesù nella cattedrale di Spoleto, ultimata nel 1497 e decorata dal Pinturicchio. Sempre nel duomo l'E. iniziò a far costruire una seconda cappella, detta dell'Assunta, che fu poi portata a termine dal nipote Francesco. Questa cappella, di grandiose ed eleganti proporzioni, fu affrescata da Iacopo Siciliano, cognato dello Spagna, con ricchi fregi ed eleganti decorazioni.

Usufruttuario dei beni romani dello zio Berardo, con cui condivideva a Roma l'abitazione nel palazzo situato presso la chiesa di S. Maria in Monterone ed erede di parte dei suoi libri, l'E. non ha lasciato particolari riscontri degli ultimi anni della sua vita, che terminò, secondo i dati forniti dall'Eubel, nel 1500.

Francesco Eroli (Narni seconda metà del 1400-Spoleto 1540 )

Nipote di Costantino Eroli, gli fu coadiutore e poi successore nel vescovato di Spoleto dal 1500.

Il 1º ottobre 1503 fu tra i co-consacratori principali di papa Pio III, che era stato eletto papa Partecipò al Concilio Lateranense V, trattenendosi a Roma, anche se non continuamente, dal 1512 al 1516.

Descritto come osservantissimo della religione e delle norme ecclesiastiche e caritatevole verso i poveri.

Ritrovò le spoglie di San Giovanni, vescovo di Spoleto [1] e di San Pietro, altro vescovo di Spoleto.

Finì la cappella dell'Assunta nel duomo di Spoleto iniziata dal suo predecessore Costantino Eroli con affreschi di Iacopo Siciliano e Giovanni da Spoleto.

Gli fu data licenza di fare testamento e lasciò molti legati pii. Morì, compiuti i 70 anni nel 1540.

Erolo Eroli (Narni 1546-Narni 1600)

Dopo aver studiato giurisprudenza a Bologna dove si laureò, intraprese la carriera curale nello stato pontificio e fu uditore delle due segnature e referendario della Sacra Rota.

Governatore di varie città dello stato ecclesiastico fra cui Camerino.

Nel 1578 fu nominato vescovo di Narni e lo rimase fino alla morte.

In realtà fu assente per lunghi periodi dalla diocesi in quanto fu nominato vicelegato con rango di arcivescovo, di Bologna per lo zio Cardinale Pier Donato Cesi legato e poi della Emilia per il Cardinale Antonio Maria Gallo legato.

Fu presente ad alcune sessioni del Concilio di Trento i cui dettami applicò fermamente nella sua diocesi.

Giovanni Eroli (Narni, 17 novembre 1813 – Narni, 9 gennaio 1904)

È stato uno scrittorestorico e storico dell'arte italiano.

Nacque a Narni il 17 novembre 1813 nella famiglia dei marchesi Eroli da Francesco e Luisa Tani di Cannara. Studiò presso il seminario-convitto vescovile di Senigallia, sotto la protezione del vescovo e cardinale Fabrizio Sceberras Testaferrata, dove fu condiscepolo di Gioacchino Pecci (futuro papa Leone XIII), con cui si trovò spesso a rivaleggiare nelle gare scolastiche di prosodia e latino; già durante gli studi manifestò un interesse per la storia, la paleografia, l'archeologia e per l'erudizione in generale.[1]

Terminato il primo ciclo di studi, si iscrisse all'Università di Roma dove si laureò[2]; dal 1831 e per i successivi tre anni fu allievo della Pontificia Accademia Ecclesiastica, seguendo la volontà del padre che intravedeva per lui una brillante carriera clericale. Ottenuta una pensione di studio dal camerlengo Bartolomeo Pacca, conseguì i gradi accademici ed entrò come praticante presso il Supremo tribunale della Segnatura apostolica, iniziando a frequentare gli ambienti pontifici nei quali, divenuto presto benvoluto e conosciuto, ottenne rapidamente la dignità di canonico della chiesa di Santa Maria ad Martyres presso il Pantheon.[1]

Deciso tuttavia a "né fare il prete né a maritarsi, amante com'era della sua libertà", lasciò seppur soffertamente la sua carriera prelatizia nel 1840 e si ritirò a Narni per proseguire gli studi personali e vivendo di una modesta rendita, a cui si aggiunse la prebendadell'abbazia di San Pellegrino, giuspatronato di famiglia. Soprattutto dopo la morte del padre, avvenuta nel 1849, iniziò una lunga carriera come scrittore, latinista, storico ed erudito locale, scrivendo prevalentemente nel suo dialetto, ma si dedicò anche al giornalismo e alla poesia, divenendo un richiestissimo verseggiatore in occasione di nozze aristocratiche, oltre che alla sperimentazione di novità tecnologiche, come ad esempio la fotografia. I suoi interessi, in particolare quello per la fotografia, furono al centro di una descrizione redatta dallo storico Ferdinand Gregorovius, che lo conobbe durante il suo passaggio per Narni nel 1861, nel suo Pellegrinaggi in Italia.[1] Fu appassionato inoltre di cucina, pasticceria, fisica, dinamica, aerodinamica, magnetismo, astronomia e geografia oltre che membro della Società Dantesca Italiana (di cui fu socio fondatore[3]), della Società di storia patria e della Società Geografica Italiana.[2]

Morì a Narni il 9 gennaio 1904.[1] Alla sua memoria è dedicata la biblioteca comunale di Narni presso palazzo Eroli[4] e il suo archivio personale è custodito dal comune di Narni.[2]

Erulo Eroli (Roma, 31 agosto 1854 – Roma, 13 dicembre 1916)

È stato un pittore e arazziereitaliano.

Era figlio del marchese Pio, guardia nobile e scultore specializzato nella lavorazione dell'avorio, appartenente al ramo romano di una famiglia attestata sin dal XV secolo nella città di Narni, e della marchesa Beatrice Orlandi.

Eroli scelse decisamente la via dell'arte, divenendo il capostipite di una famiglia di pittori ed arazzieri.

Compiuti gli studi ginnasiali al S. Apollinare, frequentò al seguito del padre il S. Michele, dove, oltre alla pittura, apprese le tecniche di lavorazione della ceramica, della vetrata policroma a gran fuoco e dell'arazzo. Nel 1875, considerata l'inesorabile decadenza del S. Michele, incorporato nei beni demaniali dello Stato unitario e privo ormai del sostegno finanziario pontificio, Erulo apri uno studio di pittura alla passeggiata di Ripetta.

Nel 1880 trasferì lo studio in via del Babuino dove ancora oggi è visibile, inglobato in una galleria d'arte. Sopra il portone è inciso sul marmo il suo nome e scolpito lo stemma di famiglia (stranamente a rovescio). Qui impiantò un laboratorio di arazzeria e vi impiegò esperti arazzieri, usciti dalla prestigiosa fabbrica pontificia, contribuendo, con indubbio merito, a salvare una secolare tradizione tecnica destinata altrimenti ad esaurirsi ed a formare una manodopera prevalentemente femminile.

Lo studio acquistò ben presto fama internazionale e, frequentato da illustri personaggi dell'aristocrazia e dell'alto clero, del mondo politico e culturale, poté contare sull'apprezzamento dei Savoia, in particolare della regina Margherita, che gli procurò importanti commissioni.

Nel 1883, presentato da Ettore Roesler Franz e Onorato Carlandi, entrò nella Associazione degli Acquarellisti romani, di cui fu presidente dal 1909 al 1911, promuovendone il potenziamento con la riforma dello statuto.

Nel 1892 fu ammesso all'Associazione artistica internazionale e nel 1903 fondò, con altri, l'Unione degli artisti con lo scopo di tutelare la categoria nei confronti della committenza pubblica.

Dal 1904 mantenne stretti rapporti con il gruppo dei XXV della campagna romana ed espose assiduamente con la Società degli amatori e cultori di belle arti.

Malgrado il successo ottenuto (tanto che il comune di Roma gli ha intitolato una via) la sua intensa attività, siglata da una lunga serie di riconoscimenti ufficiali, ha ottenuto scarsa considerazione da parte della critica al punto che ne manca tuttora un'appropriata valutazione, resa più difficile dal fatto che numerose opere risultano disperse.

Trattò una grande varietà di temi e soggetti con abilità accademica e gusto eclettico. Accanto al filone, a lui più congeniale, della pittura di soggetto storico-militare, con preferenza per il periodo risorgimentale, affrontò con pari impegno la tematica religiosa e storico-religiosa; fu ritrattista ufficiale, buon paesaggista negli acquerelli e autore di numerose scene di genere con personaggi popolari e caratteristici.

Del 1880 è il dipinto Ferito di Mentana (TorinoMuseo del Risorgimento di palazzo Carignano). Nel 1883 l'Esposizione di belle arti di Roma fu l'occasione per la sua prima comparsa pubblica di rilievo con il grande dipinto ad olio La “Palestro” a Lissa che, per il soggetto, fu acquistato dall'Accademia navale di Livorno.

Nel 1885 e nel 1886, con la Società degli amatori e cultori di belle arti di Roma, espose rispettivamente “Pancrazio alle fiere”.

Dell'anno seguente (1887) è il primo riconoscimento per la lavorazione dei tessuti: una medaglia d'argento, al Museo artistico industriale di Roma, per gli arazzi ad imitazione (i cosiddetti succhi d'erba) con tinte ottenute dalla bollitura di vegetali.

IVespri Siciliani

Nel 1891 Erulo partecipò con successo all'Esposizione nazionale di Palermo con i Vespri siciliani. La tela, di notevoli dimensioni, entrò nelle raccolte della locale Galleria civica d'arte moderna.

Il decennio successivo si rivelò intenso per attività e riconoscimenti; nel 1894 ebbe una medaglia d'oro per i tessuti all'Esposizione universale di Anversa e l'acquisto del dipinto ad olio “Giovan nudo allo specchio” da parte di re Fuad per il palazzo reale del Cairo.

Per partecipare al premio istituito da Leone XIII per il miglior quadro rappresentante la Sacra Famiglia dipinse, nel 1897, la grande pala Sacra Famiglia o Ecce Agnus Dei in stile preraffaellita, premiata con medaglia d'oro nel 1898 alla mostra d'arte sacra di Torino. Nel 1899 l'acquerello di argomento sociale “La malaria”, esposto a Dresda, fu acquistato dalla Galleria nazionale di quella città.

Parallelamente intensificò l'attività dell'arazzeria, a cui si era dedicato recuperando il procedimento tradizionale ed elaborando cartonifunzionali esclusivamente alla lavorazione degli arazzi, basati quindi su una diversa necessità d'armonizzare i colori rispetto alla pittura.

L'incarico più prestigioso (preceduto dai sei pannelli, oggi dispersi, per il foyer del teatro di Buenos Aires) fu, nel 1902, quello del comune di Roma per i 25 arazzi per l'addobbo esterno dei palazzi capitolini, ora al Museo di Roma di Palazzo Braschi.

L'ingresso dello ex studio Eroli in Roma, Via del Babuino

I pannelli più grandi, per i balconi centrali, “Stet Capitolium fulgens” di circa 40 m², “Roma communis patria” e “Ars omnium nationum”, a carattere decorativo, celebravano i trionfi della Roma classica, rinascimentale e barocca; in pannelli minori erano rappresentati gli stemmi dei rioni, le aquile romane, le tabelle con l'iscrizione SPQR. Il lavoro, di grande impegno, iniziato nel 1902, fu interrotto a causa della guerra tra il 1916 e il 1919 e completato nel 1926, dieci anni dopo la morte di Erulo, dai figli Pio e Silvio.

Presso la Galleria comunale d'arte moderna di Roma si conservano gli acquerelli “Paesaggio con buoi”, esposto alla mostra della Società degli acquarellisti del 1905, ed una “S. Cecilia”.

Nel 1902 sposò la vedova del fratello Alberto, Virginia Bartolini, e affiliò le nipoti Ada ed Emma, che successivamente collaborarono all'attività dell'arazzeria.

Tra il 1904 e il 1905 il pittore dipinse ancora due soggetti storico-religiosi, “Il sogno della moglie di Ponzio Pilato” e “Translatio Sebastiani post martyrium”, acquistati da mons. De Oca.

Nel 1905 partecipò all'Esposizione mariana lateranense di Roma con l'acquerello “Sanctus Sanctus” ed “Ecce Agnus Dei”, che ottenne la medaglia d'oro.

Dal 1907 al 1911 restaurò arazzi antichi per conto dello Stato senza interrompere l'attività di pittore; a questo periodo risalgono “Ad Anita dieci anni dopo”, esposto a Santiago del Cile nel 1910 (Torino, palazzo Carignano), e “L'alba del 23 ottobre” o “I fratelli Cairoli” a villa Glori (Torino, palazzo Carignano).

La passione patriottica del pittore trovò ancora modo d'esprimersi nella rievocazione dell'impresa di Millo ai Dardanelli, del 1912 e nell'illustrazione della terzina della Canzone d'oltremare, dedicata da Gabriele D'Annunzio ai marinai d'Italia (presso l'Accademia navale di Livorno).

Nel 1914 gli vennero commissionati cinque arazzi, oggi dispersi, con le Storie di Tito e Vespasiano per la residenza estiva della casa reale di Romania a Sinaya, completati dopo la sua morte.

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